Anoressia e Bulimia nervosa, Definizione

L’ anoressia nervosa viene definita come un disturbo dell’alimentazione che consiste nell’ostinato rifiuto di una normale e regolare assunzione di cibo. Il termine «anoressia» significa propriamente «perdita dell’appetito», ma in realtà questo sintomo è di solito raro fino alla fase tardiva della malattia.

L’anoressia nervosa comporta un disturbo dell’immagine corporea e una ricerca inflessibile della magrezza. I soggetti che ne sono affetti ritengono di essere grassi o sformati e spesso negano il loro stato di dimagrimento estremo.

L’anoressia è stata osservata più frequentemente negli ultimi decenni che in passato e risulta in aumento (si discute però se l’aumento sia reale o solo apparente) fra le ragazze prepuberi e i maschi. Esordisce di solito in un età compresa tra i 10 e i 30 anni (nell’85% dei casi tra i 13 e i 20 anni); al di fuori di questi limiti cronologici è relativamente rara. È da 10 a 20 volte più frequente tra le femmine che tra i maschi: si stima che interessi circa lo 0,5-1% delle ragazze adolescenti, e questa quantità non è da sottovalutare. Le ragazze affette da anoressia trovano sostegno alle loro pratiche nell’enfasi posta dalla società contemporanea sulla magrezza e sull’esercizio fisico. In passato il disturbo era considerato più ricorrente nelle classi economiche superiori, ma recenti studi epidemiologici non hanno confermato questa distribuzione.

L’eziologia e la patogenesi specifiche che conducono allo sviluppo dell’anoressia nervosa non sono ancora conosciute; numerose sono le teorie di tipo psicologico e psicodinamico e quelle di carattere biologico sorrette da studi sulle basi neurobiologiche dell’appetito e dell’alimentazione (Morley, Levine, Krahn 1988).

La bulimia nervosa viene definita come un disturbo caratterizzato da ricorrenti episodi di abbuffate accompagnati da una sensazione di perdita del controllo: il soggetto non riesce a smettere di mangiare o non riesce a controllare cosa e quanto sta mangiando. L’abbuffata consiste nell’ingestione, in un periodo di tempo limitato (in genere meno di due ore), di una grande quantità di cibo. Più che la ricerca di cibi specifici, ciò che contraddistingue l’abbuffata è l’anomala quantità di cibo che viene introdotta e la rapidità dell’ingestione. L’abbuffata è interrotta da fattori esterni o dall’insorgenza di malessere fisico (dolore addominale o nausea) ed è spesso seguita da senso di colpa, demoralizzazione o disgusto per se stessi. I soggetti che soffrono di bulimia nervosa tentano spesso di nascondere le proprie abitudini alimentari, in quanto si vergognano. L’80-90% di loro ricorre a scopo compensatorio a condotte di eliminazione (autoinduzione del vomito o assunzione di lassativi) al fine di neutralizzare gli effetti dell’episodio bulemico. In genere il vomito viene provocato introducendo le dita nella cavità orale; alcuni pazienti presentano abrasioni o cicatrici sul dorso della mano (segno di Russel).

Non esistono studi di incidenza soddisfacente sulla bulimia nervosa; ciò si spiga con il fatto che solo dal 1980 essa è considerata come entità diagnostica distinta. I dati disponibili mostrano che è più frequente dell’anoressia nervosa; sembra infatti che interessi dall’1 al 3% delle adolescenti. Come l’anoressia colpisce più le donne che gli uomini, che costituiscono solo il 10-15% dei totali pazienti. L’esordio si ha, appunto, nell’adolescenza e nella prima età adulta; di solito si colloca tra i 12 e i 35 anni, con particolare frequenza intorno ai 18. Il disturbo è spesso preceduto da una dieta rigida o da una storia di anoressia nervosa. Non si dispone ancora di dati certi sull’eziopatogenesi del disturbo.

 

Il decorso della malattia: dall’anoressia alla bulimia

L’anoressia si nasconde a lungo dietro a comportamenti universalmente accettati e si manifesta come coerente realizzazione di un ideale di magrezza e salute ovunque sostenuto nella nostra società. Da principio le pratiche delle future anoressiche non si distinguono da quelle dei numerosissimi individui che si sottopongono a cure dimagranti, ma restano sani o addirittura dalla dieta traggono benefici per la loro salute.

Prima o poi emergono però le differenze: le strade si dividono. Gli individui non affetti da patologia interrompono la dieta e la cura dimagrante non appena raggiunto il risultato desiderato. Le future anoressiche continuano a stare a dieta, anche quando hanno superato da tempo l’obbiettivo auspicato. Infatti, queste definiscono un nuovo peso ancor più basso, che, una volta raggiunto, viene nuovamente ridotto. Perché agiscono così? La loro visione è deformata, non riescono a percepirsi nel modo in cui le vedono gli altri; nel loro campo visivo non c’è tutto il corpo, ma solo le sue singole parti, in genere cosce , pancia o fianchi. Da tempo il confine della normalità è stato oltrepassato.

Non tutte raggiungono un livello di sottopeso preoccupante. Il peso corporeo può scendere dal 15% al 55% sotto il peso ideale. Alcune oscillano attorno ad un determinato peso e cercano di mantenerlo. Comune a tutte è però la paura di ingrassare di nuovo. Una paura che può raggiungere livelli di panico. Alcune accompagnano la riduzione calorica con l’esercizio fisico. Anche qui però è evidente l’aspetto coatto: nella durata, nello svolgimento e nella durezza dell’esercizio.

Gli anoressici non sono inappetenti (come la parola “anoressia” potrebbe far intendere), tutto il contrario. Essisoffrono la fame anche se lo negano pervicacemente di fronte a tutti. Molte anoressiche cercano di scacciare la sensazione di fame masticando gomme o ingerendo liquidi ipocalorici. Nel 60% dei casi arriva il giorno in cui il controllo di non mangiare è perso e il duro regime dietetico viene interrotto. Allora si mangia di più di quanto ci si fosse riproposti. Spesso questo è l’inizio degli attacchi di bulimia: l’anoressia si è estesa alla bulimia, cerchiamo di spiegare meglio questo passaggio. A un certo punto alcuni non riescono più a sostenere la pressione dei genitori o la sensazione di fame, che può degenerare in voracità. Trascorso un certo periodo di completo digiuno, mangiano più di quanto si erano riproposti e poi si provocano volontariamente il vomito. Tuttavia, non tutte riescono a vomitare, allora dopo ogni assunzione di cibo i soggetti assumono lassativi in dosi sempre maggiori. Indipendentemente dal mezzo, l’obiettivo è il medesimo: IL CIBO INGERITO DEVE VENIR ESPULSO DAL CORPO il più presto possibile, affinché sia evitato il temuto strato di grasso.

In seguito si verificano attacchi di bulimia che gradualmente aumentano di frequenza. La quantità di cibo ingerita in queste occasioni continua ad aumentare e infine raggiunge livelli inimmaginabili, fino alle 10.000 calorie. All’inizio molte vedono nel vomito un buon metodo per mangiare senza ingrassare tutto quello che da molto tempo si sono proibite. Ma più avanti è vissuto quasi da tutte come qualcosa di degradante e deprimente.

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