Il bambino impara facendo

Secondo l’educazione strumentale di John Dewey “il bambino impara facendo”.

Come? Usando l’intelligenza per scoprire se stesso in relazione al mondo.

Dove ci rappresentiamo meglio?

In società, nel “luogo” in cui la nostra individualità si confronta ed entra in relazione con le individualità degli altri.

Così la pensava anche il filosofo americano John Dewey. Apparteneva alla corrente filosofica del pragmatismo di fine ‘800, ne fondò un aspetto definito strumentalismo.

Lo strumentalismo

Cosa pensa, a grandi linee, Dewey?

Il mondo è l’ambiente in cui gli esseri umani si costruiscono e si relazionano con altre individualità. La vita è un susseguirsi di situazione problematiche che offrono costantemente lo stimolo per costruire nuove e sempre migliorate verità. La logica non dà conoscenza immediata ma è puramente strumentale.

Per questo motivo Dewey stesso definisce il suo pensiero strumentalismo. Inoltre, ispirandosi a Charles Pierce, sostiene che i nostri giudizi, dall’infanzia all’età adulta, sono veri e validi finché non intervengono nuovi giudizi a dimostrare la falsità dei precedenti. I giudizi sono verità stabilite solo nella misura in seguito non ne esistono altri che li confutino.

Dalla filosofia all’azione

La filosofia diviene quello strumento attraverso il quale l’uomo prende consapevolezza della problematicità e della complessità delle situazione. E inoltre, grazie alla filosofia è in grado di rendere tale realtà più omogenea, trasformandola in base alle proprie esigenze. La filosofia è l’intelligenza diventata consapevole della propria natura e dei propri metodi. Per questo motivo essa si traduce in operosità, azione, a qualunque età ci si trovi a vivere.

L’intelligenza è la prerogativa umana per apprendere, risolvere problemi e cercare continue verità, da quando nasciamo a quando moriamo. Ecco quindi la validità delle teorie più moderne sullo stile di quelle proposte da Daniel Goleman sull’intelligenza emotiva.

La teoria del pensiero spettatore

L’osservazione dell’attitudine dei bambini ci dimostra che la distinzione netta e rigida fra teoria e prassi è un errore. Dewey la definì ironicamente “teoria del pensiero spettatore”. Egli dimostrò che la conoscenza:

1) Non è un processo passivo.

2) Non è il prodotto dell’attività di un soggetto ritenuto indipendente dall’oggetto.

3) Non rivela il mondo reale al di là e indipendentemente dal soggetto.

La conoscenza è, invece, un processo attivo. Conoscere significa modificare la realtà, l’oggetto, con il pensiero (definito da Dewey “teoria dell’indagine”). L’indagine è un processo di adattamento tra l’organismo e l’ambiente.

La teoria, dunque, nasce dalla pratica per tornare alla pratica. Questo secondo il circolo pratica→teoria→pratica. Dewey è pertanto considerato l’iniziatore dell’attivismo pedagogico. Questa corrente parte dalla concezione del bambino come soggetto attivo e protagonista nei processi di apprendimento.

Come nasce il pensiero e la personalità del bambino?

Sin da piccolo, l’essere umano “fa ricerca”, o, potremmo dire, indaga. L’indagine è stimolata da una situazione problematica, cioè da una “perturbazione” del rapporto fra l’individuo e l’ambiente. Il pensiero e la personalità del bambino nascono dunque da una situazione problematica, dubbia o incerta. Dewey la definisce pre-riflessiva, per mettere capo ad una situazione rischiarata, unificata o risolta, definita post-riflessiva.

Si tratta di mettere a fuoco di che problema di tratta.

Questo procedimento, raffinato e consapevole, suddiviso da Dewey in cinque fasi, è proprio della vita quotidiana di ogni essere umano. Ecco che risulta dunque fondamentale l’importanza del sistema scolastico: esso deve educare alla razionalità, cioè educare i ragazzi ad un approccio razionale (non puramente emotivo e acritico) ai problemi.

La pedagogia, incominciò con Dewey ad essere considerata una scienza autonoma, che si avvale dei contributi di altre scienze quali la psicologia e della sociologia.

Cosa significa “educare” secondo Dewey?

L’educazione è, in senso ampio, un fatto sociale, in quanto processo mediante il quale l’individuo assimila, fin dalla nascita, le conoscenze, le tecniche, le abitudini di vita che la civiltà umana ha prodotto nel suo sviluppo. Il carattere sociale dell’educazione deve investire, secondo Dewey, tutti gli aspetti del processo educativo.

Il fine della scuola deve consistere nel favorire la socializzazione, deve riguardare i contenuti culturali, perché la scuola deve insegnare quelle nozioni e quelle capacità di cui vi è bisogno nella società. Infine, l’organizzazione della scuola per Dewey deve essere concepita come se fosse una comunità democratica che stimola spirito di partecipazione e corresponsabilità.

«Preparare il bambino/ragazzo alla vita futura significa dargli la padronanza di se stesso».

A scuola: “si apprende facendo”

La pedagogia di Dewey è centrata sul principio fondamentale che si apprende facendo (learning by doing). Apprendere non significa ricevere passivamente delle nozioni, ma elaborare attivamente delle idee.

Deriva da qui la valorizzazione del lavoro manuale, inteso non come avviamento alle professioni, ma come educazione alla disciplina, alla socialità ed alla progettualità richieste dalle attività di laboratorio.

I bambini che imparano a cucinare, ad esempio, non lo fanno per diventare dei cuochi di professione, ma perché attraverso il lavoro di cucina possono apprendere attivamente nozioni di zoologia, botanica, chimica, storia, e così via.

La scuola elementare sperimentale che venne fondata a Chicago nel 1896 proprio da Dewey e dalla moglie, fu organizzata in forma di laboratorio permanente, con officine di falegnameria e di lavorazione dei metalli, cucine, laboratori artigiani per la tessitura a mano o la ceramica, laboratori di fisica e di chimica.

La correlazione diretta fra educazione democratica e società democratica fu il perno dello stimolo di Dewey a credere e a cercare, fino alla fine dei suoi giorni, una società migliore ed in continua progressione verso la piena affermazione delle capacità umane.

Dr.ssa Francesca Sforza

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