Adolescenti e nuove tecnologie – Quando un genitore deve preoccuparsi?
IL TECNOSTRESS
Secondo lo psicologo americano Craig Brod, il tecnostress è il risultato di un uso smodato e malsano delle Nuove Tecnologie, cosa che avvenne a cominciare dagli anni ’80, quando i computer irruppero nelle routine del lavoro, stravolgendo talvolta ritmi già consolidati.
Possiamo affermare con grande chiarezza, specialmente alla luce della sempre più facile fruibilità e reperibilità delle tecnologie, che anche la famiglia oggi subisce un notevole aumento di stress tecnologico, pur in forme, modelli e livelli differenti rispetto all’ambito lavorativo. Parlando ai genitori, spesso questo problema viene avvertito in maniera eccessivamente preoccupante, causando così reazioni spesso sbagliate, generatrici di tensione, di conflitto e soprattutto incapaci di soluzioni efficaci e condivise.
ADOLESCENTI E NUOVE TECNOLOGIE
Prendiamo un esempio sul rapporto tra adolescenti e nuove tecnologie, che lo scorso aprile venne ripreso dalla dottoressa Patrizia Mattioli sul blog de Il Fatto Quotidiano. La psicoterapeuta descrive il caso di Lorenzo, 16enne letteralmente rapito dalla Playstation. Il padre del ragazzo inizia a preoccuparsi profondamente quando Lorenzo arriva a trascorrere ore al videogioco, partecipandovi attivamente, scambiandolo quasi con la realtà, arrabbiandosi e vivendo le emozioni “virtualmente” nella trama del suo gioco. Per farlo smettere, il padre intervenne e le reazioni del figlio si acuirono sempre di più, fino alla ribellione e alla lite. E tutto ciò scompagina l’armonia della “naturalezza famigliare”. Ma è davvero sempre un problema?
In verità, la psicologia avverte che i casi sono da considerare patologici quando si sviluppa un eccesso smodato di dipendenza da tecnologia, con tanto di reazioni eccessive e irriconoscibili da parte del giovane. L’esempio sopra citato parla di videogame, ma potremmo tranquillamente discorrere di smartphone, di internet, quindi di computer in generale. Spesso e volentieri, i genitori, specialmente quelli meno versati nel mondo delle innovazioni tecnologiche, si danno pena nel vedere i figli chattare per ore, accanirsi in giochi virtuali in rete, smanettare a iosa il cellulare inviando messaggi. Ciò è deleterio per determinate mansioni, come lo studio o la condivisione delle faccende di casa, ma non è sempre un male, secondo gli studiosi.
L’IMPORTANZA DELLA RESILIENZA
Infatti, taluni psicologi credono che, proiettando i giovani di oggi nel futuro professionale di domani, essi riescano a sviluppare l’apprendimento di resilienza, ossia la capacità di superare eventi traumatici o periodi difficili, poiché imparare a perdere, quando si gioca, aiuta a costruire tale capacità che poi potrà avere una ricaduta positiva nella vita di tutti i giorni. Certo è che una gara sportiva, una “sana competizione”, avrebbe forse un effetto ben più salutare, sia nella visione dei genitori, sia in quella dell’attitudine psicofisica dei ragazzi, ma la mente è sempre la mente e lo sviluppo dei modelli comportamentali può sicuramente avvenire in molti modi differenti.
Oggi, inoltre, i videogame sono sovente condivisi in rete, il che significa che l’adolescente non è in balia della solitudine (che solo nei casi già preoccupanti in partenza può condurre a conseguenze psicotiche), ma condivide appunto l’esperienza con “amici on-line” o, ancora meglio, partecipa a coppie o gruppetti di coetanei che si sfidano in rete. Ecco che allora la tecnologia, irresistibilmente in evoluzione, può anche essere utile ed integrata con quei valori di socialità che i più anziani consideravano prerogativa di altri modelli di vita.
E se la dipendenza da cellulare, pc o videogioco diventa morbosa? Essa potrebbe avere tante sfaccettature, come manifestare l’evasione dalla quotidianità, dagli impegni scolastici o dalle tensioni familiari, essere uno spazio in cui recuperare autostima, sentirsi apprezzati e realizzati per essere “i migliori”.
LA TECNOLOGIA COME RISORSA
Pertanto, litigare con un figlio adolescente che sia molto attaccato al fattore tecnologico, tentando di distoglierlo, senza che possa cogliere la positività della interruzione, servirà a poco o addirittura potrebbe indurre il giovane a chiudersi sempre più in quel mondo. Bisogna quindi, affermano tanti ricercatori, saper calibrare le dosi e far comprendere che il calibro è positivo e non una punizione “a fin di bene”.
Finchè non diventa ossessività, la relazione con la tecnologia è dunque positiva o può comunque tornare a vantaggio delle relazioni umane. Se da fuori i ragazzini sembrano in balia di questo tecnostress, non appena ci si relaziona un po’ più intimamente con loro, si coglie tutto il loro mondo attuale: esso non è diverso da quello delle generazioni precedenti, se non nella forma. I modelli, i contenuti e le capacità relazionali, per quanto strano possa apparire, sono identici.
I ragazzi (ma anche i meno giovani, ormai…) si incontrano virtualmente sui social per giocare e parlare, si parlano o inviano messaggi, “fanno comunicazione”, con gli smartphone ascoltano insieme la musica o vedono videoclip, usano le risorse anche per la scuola, correggono compiti in internet. Non sono i ragazzi a essere mutati, sono gli strumenti. Pertanto, possiamo concludere dicendo che i genitori potrebbero provare ad adottare differenti prospettive, senza eccedere nelle preoccupazioni, ma imparando linguaggi diversi, propri delle nuove generazioni, così da dialogare in modo costruttivo per il bene di tutta la famiglia e dell’intera comunità.
Dr.ssa Francesca Sforza
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