Fino a non molto tempo fa si pensava che un neonato si limitasse a mangiare, dormire e di tanto in tanto giocare. Oggi la ricerca ci mostra come un bambino molto piccolo sia già un individuo straordinariamente sofisticato e complesso. Infatti già in sala parto è in grado sia di distinguere che di preferire il volto, l’odore e la voce della madre: riconosce persino l’odore del latte materno e già a sette giorni è in grado di girarsi nella direzione da cui proviene.

Anche per quanto riguarda l’apprendimento, oggi sappiamo che esso comincia già nella vita intrauterina. Nel 1986 DeCasper e Spence hanno condotto una ricerca con donne all’ultimo trimestre di gravidanza: le donne leggevano ad alta voce per quindici ore complessive una favola il gatto nel cappello e alla nascita i bambini mostravano di preferire la storia che avevano ascoltato nell’utero rispetto a un’altra storia.

Altre ricerche hanno dimostrato come il neonato sia in grado di riconoscere la propria voce e di distinguerla da quella di altri neonati fin dal primo giorno di vita.

Già intorno ai 3-4 mesi il bambino inizia a creare una serie di aspettative sugli stimoli visivi, le quali tendono a organizzare il suo comportamento. Incomincia così a crearsi attese sugli eventi e sugli stimoli ambientali, che raffigurano anelli di congiunzione importantissimi nell’organizzazione delle rappresentazioni della prima infanzia.

Inoltre, i neonati hanno una memoria straordinaria e come negli adulti essa può fin dalla nascita essere influenzata dalle emozioni e dagli affetti: alcuni studi hanno confermato come durante una sperimentazione, dove i bambini dovevano apprendere che per far muovere una giostrina dovevano tirare dei calci, quelli che avevano pianto, a distanza di una settimana, non si ricordavano più ciò che avevano appreso, a differenza di quelli che non avevano pianto e che riuscivano a svolgere il compito anche a distanza di tre settimane. Ciò ha dimostrato che l’intenso affetto negativo provato al momento dell’apprendimento aveva interferito con il ricordo. Oggi sappiamo con certezza che le forti emozioni negative associate all’apprendimento interferiscono con l’accesso al ricordo.

Il neonato è in grado di leggere gli affetti sul volto di un adulto, ne rimane influenzato e lo imita, per esempio tirando fuori la lingua. Riconosce le espressioni di sorpresa, paura e tristezza sul volto dell’altro, mostrando espressioni corrispondenti. La corrispondenza è tale da consentire a un osservatore di indovinare l’espressione dell’adulto guardando solo il volto del bambino. Inoltre, i bambini tendono a guardare più a lungo un volto che esprime gioia rispetto a uno irritato, e se la madre mostra un’espressione arrabbiata il bambino fa lo stesso. I neonati sono quindi finemente sintonizzati sul comportamento e sugli umori di chi sta loro vicino: capita spesso, per esempio che un neonato pianga se la persona che lo tiene in braccio sta parlando di qualcosa di molto triste. Oltre a riconoscere l’espressione facciale degli affetti sono in grado di distinguere anche quella vocale.

In aggiunta, grazie ad altri studi sappiamo che:

  • il bambino nasce con la capacità di percepire il tempo;
  • il bambino possiede fin dalla nascita una notevole capacità di percezione spaziale;
  • alla nascita il bambino può compiere quasi tutti i movimenti muscolari facciali di un adulto;
  • a sei mesi dispone di tutte le emozioni di base: rabbia, tristezza, angoscia, sorpresa, disgusto, gioia e interesse;
  • il bambino riconosce colore, luminosità, forma e struttura di uno stimolo ed è in grado anche di cogliere somiglianze e differenze tra le forme. A 3 mesi riesce a determinare se un evento può ripetersi dopo averlo osservato solo 2 volte;
  • un’altra capacità importantissima posseduta dal bambino è la percezione transmodale, la capacità di “tradurre” il lampeggiamento ritmico di alcune luci in un ritmo sonoro;
  • a 1 anno il bambino possiede notevoli capacità di rappresentazione presimbolica: percepisce caratteristiche, le traduce in altre modalità sensoriali, può comprendere se i comportamenti sono simili e differenti, categorizza modelli, li ricorda e si crea aspettative su di essi tenendo in considerazione spazio, tempo, affetti e attivazione fisiologica.

Partendo quindi dal presupposto che il neonato è già un essere straordinariamente complesso, è doveroso sottolineare che per poter crescere serenamente è importante per lui sentirsi amato e compreso. Quando un neonato piange, sorride, emette un gridolino, si dimena e sfodera tutta una gamma di informazioni non verbali, in realtà non sa che cosa vuole, ma ci fa comprendere semplicemente come si sente. Rimane perciò un compito fondamentale dell’adulto entrare in sintonia con lui, in quanto risulta importantissimo dare al neonato la sensazione di essere aiutato, impedendogli così di provare una sensazione di disintegrazione. Infatti, se l’adulto cerca di interpretare le sue azioni dando a loro un significato aiuta il bambino a sentirsi “unito mentalmente” e gli fornisce un “contenitore emotivo”. Proviamo a immaginare la sensazione di un bambino quando ha dolori alla pancia e non sa cosa gli sta succedendo. Se ha una madre con una buona capacità di contenimento gli spiegherà calmandolo che è solo un po’ di aria nel pancino, lo prenderà in braccio e gli darà dei colpetti sulla schiena, aiutandolo così a digerire. Questo permetterà al bambino, che magari si sentiva sul punto di disgregarsi, di sentirsi sorretto, tenuto insieme, soddisfatto e tranquillizzato. Se queste esperienze continuano a ripetersi, il bambino piano piano imparerà a riconoscere i propri vissuti e a dar loro una forma. Questo risulta indispensabile per avviare il processo di comunicazione e comprensione reciproca. Per contro, se la madre risulta troppo ansiosa o non è in grado di sintonizzarsi con i bisogni del piccolo, lo scambio sarà permeato dall’incertezza e dalla difficoltà per il bambino di trovare un’armonia tale da poter acquisire un modello corretto di come trattare il proprio disagio.

Bibliografia:

–   Phillips A. (1999). I no che aiutano a crescere. Feltrinelli Editore.

–   Beebe B. e Lachmann F.M. (2002). Infant research e trattamento degli adulti. Raffaello Cortina Editore.

 

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