Dormire nel “lettone” coi figli: pregi e difetti di una pratica divenuta forse troppo abusata

Che il sonno sia una funzione piacevole e necessaria per gli esseri animati è assodato dalla storia e dalla scienza.

Che per l’uomo sia imprescindibile per una vita in salute, è assodato anche dalla medicina, oltre che dall’esperienza.

Il sonno, sin da piccoli, è ristoratore, dà gioia ed è imprescindibile per conservare le energie. Inoltre, è fondamentale per assicurare l’apprendimento di nuove informazioni e per rifocillare il carattere.

Inoltre, fisiologicamente, migliora la funzione immunitaria e quella endocrina.

Quando nasce, ogni individuo deve attraversare un processo di adattamento fino a che il sonno non si consolida. È difficile che un neonato dorma tutta la notte senza interruzioni. Molto spesso i risvegli notturni sono accompagnati dal pianto, quale unico strumento di esigenza del piccolo.

Alla lunga, questo finisce per esasperare i genitori, che non sanno a che rimedio votarsi per far dormire bene i loro figli (e per dormire essi stessi…).

Certo è che bisogna avere una buona dose di pazienza e non dimenticarsi che il neonato prima o poi si addormenterà.

Alternative moderne

Ultimamente, si è sviluppata una corrente chiamata “educazione con attaccamento naturale”. Essa sostiene che, per non far soffrire i figli, è vantaggioso farli dormire nel lettone finché non decidano loro stessi di abbandonarlo.

Questa corrente, sempre più frequente in Occidente, ha generato molti dibattiti. Ci sono genitori che la difendono irrevocabilmente, argomentando che questo gesto farà bene all’autostima e alla fiducia dei più piccoli. Tuttavia ce ne sono altri completamente in disaccordo.

Chi ha ideato questa teoria dell’attaccamento?

I sostenitori della teoria seguono gli studi realizzati dallo psicanalista inglese John Bowlby (1907-1990). Questi sviluppò quella “teoria dell’attaccamento”. Questa teoria, però, non ha niente a che vedere con ciò che l’educazione intende correntemente con il concetto di attaccamento.

Bowlby, londinese, nacque in una famiglia di classe elevata. Suo padre era chirurgo presso la Casa Reale. Il bambino venne accudito da una balia, la sua principale fonte di attaccamento, incontrando molto di rado i suoi genitori.

È comprensibile che, adulto, sviluppasse studi che affermavano che l’attaccamento è fondamentale nei primi sei mesi di vita.

Bowlby attribuì grande importanza a questo legame. Nelle sue ricerche osservò che i bambini privati di attenzione e di affetto erano più propensi:

al fallimento scolastico e sociale, ai problemi mentali e alle malattie croniche.

Stiamo comunque parlando di privazione estrema, di maltrattamento, di negligenza, di trascuratezza o di abbandono.

La teoria è stata fraintesa e mal interpretata al giorno d’oggi.

Infatti, molte famiglie ritengono che l’attaccamento si costruisca stando attenti al bambino notte e giorno, senza soste. Molto spesso lo portando in braccio più tempo possibile, reagendo immediatamente ad ogni suo pianto, allungando il periodo dell’allattamento o dormendo nello stesso letto per molti anni.

Le reazioni alla fraintesa teoria dell’attaccamento

Lo psicologo americano Alan Sroufe afferma che questo movimento abbia provocato così molta confusione.

Nel corso di trent’anni di ricerche, Sroufe e i suoi studenti hanno dimostrato che:

un attaccamento sicuro, un comportamento sicuro nello sviluppo dei bambini, non si ottiene dormendo con i genitori, ricevendo un allattamento prolungato o stando di continuo in braccio a mamma o a papà.

Esso invece si delinea se i genitori sono in grado di reagire in modo sensibile, appropriato ed efficace ai segnali del neonato.  L’attaccamento si formerà con la persona che sarà capace di fare tutto questo, una volta ottenuta la fiducia del piccolo.

Una scienza mal interpretata

Bisogna fare molta attenzione quando si interpretano le teorie. Niente è puro ed oggettivo, specialmente quando si parla di relazioni umane e dinamiche famigliari. William Sears, pediatra americano di lungo corso, accanito difensore del letto condiviso tra genitori e figli, evidenzia che un pianto eccessivo nel neonato può essere dannoso per il cervello a causa dell’alta esposizione agli ormoni dello stress.

E’ chiaramente un’interpretazione ben diversa dalla dinamica emozionale e psicologica che colpì Bowbly e che non può essere considerata parimenti.

I 52 studi realizzati nel 2006 dall’Accademia Statunitense di Medicina, invece, indica apertamente che le tecniche psicologiche per l’adduzione del sonno sono scientificamente provate e non producono nessun danno emotivo nei bambini.

In conclusione…

Per concludere, ogni famiglia deve fare ciò che le dice l’istinto, al momento di farlo. Non esiste un unico metodo per consentire ai figli di crescere più o meno sicuri, dotati di autostima ed emotivamente forti.

La questione concreta e pratica non riguarda cosa fare, ma il modo in cui lo si fa e in cui si affronta la situazione.

A questo scopo, bisogna esseri bravi interpreti dei segnali dei bambini. Importante sarà saper distinguere quando hanno bisogno di affetto, quando hanno sonno, fame o altre necessità.

Mai cedere agli estremi.

Mai dimostrarsi integralisti di qualche teoria.

Mai cedere eccessivamente ai capricci, che addirittura potrebbero far smarrire l’autostima al bambino, generando future frustrazioni.

Mai, nemmeno, essere disinteressati alle attenzioni che il piccolo chiede.

Quindi, dormire o meno con mamma e papà?

Tutto va fatto con moderazione e la scienza non va fraintesa né abusata. Si può dormire coi figli perché fa piacere, ma non con l’idea che questo li renderà più preparati per la vita.

Inoltre, ricordate che le persone sono tendenzialmente abitudinarie. Quindi insegnare ad un bambino a dormire in camera sua può essere utile e sano. Questo sia per la sua tranquillità che per il riposo di tutta la famiglia.

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